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“Lo smart working ai tempi del Coronavirus” – Pietro Maria Di Giovanni

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Pietro Maria Di Giovanni

note a margine del protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro emanato in data 14 marzo 2020

Lo smart working di cui oggi tanto si parla é una modalità di svolgimento della prestazione lavorativa subordinata che il legislatore italiano ha disciplinato nella legge 81/2017, dettando la definizione di “lavoro agile”.

Il lavoro agile é quindi un modo, disciplinato da un apposito contratto, attraverso il quale il lavoratore eseguirà la sua prestazione lavorativa in favore del datore di lavoro che dovrà indicare forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa.

La prestazione lavorativa viene eseguita, in parte all’interno di locali aziendali e in parte all’esterno senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva.

Alla base del lavoro agile, quindi, c’é un accordo tra lavoratore e parte datoriale attraverso il quale vengono stabilite:

-la durata del periodo in cui il lavoratore presterà la sua attività in modo “agile”;
-la possibilità di recedere da detto accordo ed il periodo di preavviso utile per la formalizzazione del recesso;
-la determinazione della prestazione lavorativa che sarà effettuata fuori dei locali aziendali con contestuale previsione di quali strumenti tecnologici il lavoratore sarà dotato per svolgere la sua attività;

-le modalità attraverso le quali l’attività lavorativa sarà monitorata e/o controllata dal datore di lavoro.


Lo svolgimento, in tutto o in parte, della prestazione lavorativa attraverso smart working, non può determinare alcuna variazione del trattamento retributivo del lavoratore che deve essere pari a quello previsto dal contratto collettivo per i lavoratori che non utilizzano tale modalità.


Inoltre i lavoratori “agili” hanno diritto alla tutela prevista in caso di infortuni e malattie professionali anche per quelle prestazioni rese all’esterno dei locali aziendali e nel tragitto tra l’abitazione ed il luogo prescelto per svolgere la propria attività.


La collocazione nella settimana della giornata (o più giornate) di smart work deve essere definita con il datore di lavoro e potrebbe anche avere una collocazione mobile nella settimana secondo una pianificazione che le parti sono libere di fare.

Generalmente – anche per meglio gestire l’attività di controllo da parte del datore di lavoro – la prestazione lavorativa in smart working viene programmata in correlazione temporale con l’orario normale applicabile alla struttura di appartenenza del lavoratore e con le caratteristiche di flessibilità temporale proprie della categoria cui appartiene il lavoratore, il quale é tenuto a garantire la propria reperibilità nelle fasce orarie definite con il datore di lavoro.

Tale reperibilità può essere garantita a mezzo telefono ovvero a mezzo connessione dati.


Il lavoratore, inoltre, é tenuto a segnalare al datore di lavoro ogni ipotesi di impedimento allo svolgimento della prestazione lavorativa: ad esempio un malfunzionamento degli impianti o la mancata ricezione dei dati necessari per l’esecuzione dell’attività programmata.

Laddove non si possa trovare una rapida soluzione per l’impedimento, l’azienda potrà sempre richiamare il lavoratore in sede.
L’opportunità di svolgere la propria prestazione lavorativa fuori della normale sede di lavoro, onera, inoltre, il dipendente della necessaria diligenza per preservare la documentazione aziendale che gli viene affidata e ciò anche sotto l’aspetto della tutela della privacy.

Va evidenziato che lo smart working é una modalità di prestazione del lavoro diversa dal telelavoro, che é una ipotesi che ricorre ogniqualvolta il prestatore di lavoro svolge la sua attività “da remoto”, cioé collegandosi con la rete aziendale e svolgendo l’attività da un luogo diverso da quello di lavoro, prosegue nella gestione ordinaria del lavoro senza capacità di autonoma organizzazione.

Si pensi all’impiegato di un call center: attivando il telelavoro, attraverso la linea telefonica ed un computer può ricevere le telefonate a casa e svolgere la stessa attività lavorativa che svolgerebbe recandosi sul posto di lavoro, seguendo il normale orario di lavoro e le mansioni che normalmente gli sono assegnate.

Il protocollo di intesa sottoscritto in data odierna su invito del Presidente del Consiglio dei ministri, del Ministro dell’economia, del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, del Ministro dello sviluppo economico e del Ministro della salute, che hanno promosso l’incontro tra le parti sociali, in relazione alle attività professionali e alle attività produttive raccomanda intese tra organizzazioni datoriali e sindacali finalizzate ad attuare, come primo punto, il massimo utilizzo da parte delle imprese di modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza.

Ovviamente tale modalità é quella che consente di limitare completamente i contatti tra le persone e, quindi, é quella – unitamente al telelavoro – da privilegiare quando i contatti interpersonali potrebbero consentire la diffusione del contagio da coronavirus.

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Ma il protocollo detta anche le regole per organizzare l’attività lavorativa che non può essere interrotta, ma non può essere gestita mediante lavoro agile o telelavoro:


sono posti a carico delle imprese obblighi informativi in favore dei dipendenti e di chiunque entri in azienda circa il rispetto dei protocolli per il contenimento del contagio;


devono essere disciplinate le modalità di accesso alla sede di lavoro, sia da parte dei lavoratori che da parte dei fornitori, con preclusione dei soggetti ai quali viene imposto l’obbligo di quarantena;


deve essere prestata massima attenzione alle condizioni igienico-sanitarie del luogo di lavoro prevedendo attività di sanificazione dei luogo di lavoro (ad esempio la pulizia a fine turno e la sanificazione periodica di tastiere, schermi touch, mouse con adeguati detergenti, sia negli uffici, sia nei reparti produttivi), imponendo ai dipendenti il rispetto delle norme igienico-sanitarie e fornendoli degli strumenti di protezione individuale (mascherine e liquido igienizzante prevedendo che laddove non siano reperibili possano essere realizzati seguendo le direttive pubblicate dall’OMS (https://www.who.int/gpsc/5may/Guide_to_Local_Production.pdf);
deve essere riorganizzata l’attività produttiva disponendo la chiusura di tutti i reparti diversi dalla produzione o, comunque, di quelli dei quali è possibile il funzionamento mediante il ricorso allo smart work, o comunque a distanza;

promuovendo attività di turnazione dei dipendenti per ridurre al minimo i contatti;

disciplinando modalità di accesso ed uscita dei dipendenti scaglionati; sospendendo ogni tipo di riunione che non possa essere svolta con strumenti virtuali.


L’accordo con il quale dipendente e parte datoriale disciplinano il lavoro agile deve essere trasmesso al Ministero del Lavoro e, considerato che lo smart working dovrebbe diventare in questo momento storico la modalità principale attraverso la quale l’attività lavorativa dipendente dovrebbe essere svolta, é stata concessa la possibilità per i datori di lavoro di fare delle comunicazioni massive

Leggi le istruzioni del Ministero

 

Pietro Maria Di Giovanni – Avvocato abilitato al patrocinio avanti le Magistrature Superiori, parla correntemente inglese e francese. Esperto cassazionista, giurista d’impresa e managing partner di Di Giovanni & Partners

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Lorenzo Muccioli

Lorenzo Muccioli

Giornalista e Blogger

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